La presidente della FNOPO, Silvia Vaccari, è intervenuta a Sabaudia alla XX edizione delle Giornate di Andrologia e Medicina della Riproduzione. Dall'esperienza della procreazione medicalmente assistita al parto, fino alla costruzione della genitorialità, al centro del suo intervento il ruolo dell'ostetrica, l'importanza dell'ascolto e la necessità di integrare sicurezza clinica e attenzione alla dimensione emotiva e relazionale. «Tutte le gravidanze sono preziose, indipendentemente da come sono state ottenute».
Una gravidanza ottenuta attraverso la procreazione medicalmente assistita (PMA) è il risultato di un percorso che può essere lungo, complesso e carico di aspettative. Esami, procedure, attese, risultati positivi e negativi accompagnano spesso donne e coppie per mesi o anni. Quando finalmente arriva una gravidanza, quello che potrebbe sembrare il punto di arrivo diventa, in realtà, l'inizio di una nuova fase, nella quale alla gioia possono affiancarsi paura, ansia e timore che qualcosa possa interrompere un percorso tanto desiderato.
Come accompagnare una donna e una coppia in questa transizione, senza perdere di vista la sicurezza clinica, ma evitando che la gravidanza venga vissuta esclusivamente come qualcosa da proteggere? E quale ruolo possono svolgere le ostetriche nel favorire una presa in carico che tenga insieme competenze specialistiche, ascolto e relazione?
Sono alcune delle questioni affrontate da Silvia Vaccari, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (FNOPO), intervenuta l'8 ottobre a Sabaudia, in occasione della XX edizione delle Giornate di Andrologia e Medicina della Riproduzione, ospitata presso l'Hotel Oasi di Kufra.
Il suo intervento ha posto l'accento su un aspetto fondamentale dell'assistenza: il passaggio dalla complessità tecnologica e clinica della PMA alla gravidanza, al parto e alla costruzione della genitorialità. Un percorso nel quale la multidisciplinarietà è indispensabile, ma deve tradursi in una presa in carico realmente integrata, capace di riconoscere la persona nella sua interezza.
Gravidanza dopo PMA, tutte le gravidanze sono preziose
Il primo tema riguarda il linguaggio utilizzato per descrivere le gravidanze ottenute attraverso la procreazione medicalmente assistita.
«Tutte le gravidanze sono preziose, indipendentemente da come sono state ottenute». È questo il principio da cui partire per evitare che alcune espressioni, anche quando utilizzate con l'intenzione di sottolineare l'importanza di un percorso riproduttivo complesso, finiscano per creare distinzioni tra esperienze di maternità differenti.
Il ricorso alla PMA può comportare un investimento emotivo significativo e un lungo percorso di ricerca di un figlio. Tuttavia, la modalità con cui una gravidanza ha avuto inizio non dovrebbe diventare l'elemento attraverso il quale definire la donna o la sua esperienza di maternità.
Vaccari richiama anche un aspetto delicato: non tutte le donne raccontano spontaneamente di aver affrontato un percorso di PMA. In alcuni casi, questa riservatezza può essere legata al timore di essere giudicate o di non sentirsi riconosciute nella propria capacità di diventare madri insieme al proprio compagno.
Per i professionisti sanitari, questo significa creare uno spazio di ascolto nel quale la storia riproduttiva possa essere condivisa senza pregiudizi, rispettando i tempi e le esigenze della donna. Conoscere il percorso che ha preceduto la gravidanza può essere importante per comprenderne i bisogni, ma la relazione assistenziale non deve trasformarsi in un giudizio sulla modalità con cui quella gravidanza è stata ottenuta.
La sfida, dunque, è riconoscere la complessità dell'esperienza senza ridurre la persona alla sua storia clinica.
Personalizzare le cure senza medicalizzare la persona
La personalizzazione dell'assistenza rappresenta uno dei principi fondamentali della medicina contemporanea. Nel caso delle gravidanze dopo PMA, questo approccio assume un significato particolare.
Personalizzare non significa necessariamente aumentare il numero degli esami, moltiplicare i controlli o intensificare gli interventi. Significa, prima di tutto, comprendere chi si ha davanti: quale storia riproduttiva ha vissuto la donna, quanto è durato il percorso, quali esperienze ha attraversato e quali aspettative o paure accompagnano la gravidanza.
Due donne che hanno ottenuto una gravidanza attraverso la PMA possono avere storie molto diverse e bisogni assistenziali differenti. Per questo, accanto alla valutazione dei fattori di rischio clinico, è necessario considerare anche la dimensione emotiva e relazionale.
Una gravidanza dopo PMA può essere accompagnata da una forte esigenza di controllo e rassicurazione, soprattutto quando è stata preceduta da tentativi falliti o da un lungo periodo di attesa. La gioia per il risultato raggiunto può convivere con il timore di perderlo e con la difficoltà di vivere serenamente le diverse fasi della gestazione.
L'obiettivo non è sottrarre attenzione alla sicurezza clinica, ma evitare che la donna venga definita esclusivamente dalla sua storia di infertilità o dalla modalità con cui è iniziata la gravidanza.
L'ostetrica può contribuire a raggiungere questo equilibrio attraverso l'ascolto, la continuità della relazione e la capacità di intercettare bisogni che non sempre vengono espressi in modo diretto.
Taglio cesareo e rischio clinico: ogni situazione richiede una valutazione
Un altro tema affrontato dalla presidente della FNOPO riguarda il ricorso al taglio cesareo nelle gravidanze ottenute attraverso la PMA.
Il punto non è stabilire un rapporto automatico tra procreazione medicalmente assistita e modalità del parto, ma interrogarsi sulle ragioni cliniche e assistenziali che orientano le decisioni e sulla necessità di valutare ogni situazione nella sua specificità.
Vaccari, che si occupa anche di rischio clinico, ha richiamato l'attenzione sulla natura dinamica del rischio in gravidanza: le condizioni possono cambiare e richiedono un monitoraggio attento, una valutazione continua e la capacità di adeguare tempestivamente l'assistenza.
La sicurezza materna e neonatale deve rimanere una priorità, ma le decisioni non possono essere ricondotte a schemi automatici che prescindano dalle caratteristiche individuali. Occorre distinguere tra le situazioni nelle quali il taglio cesareo è clinicamente indicato e quelle nelle quali la scelta della modalità del parto richiede un confronto approfondito con la donna.
In questo processo, informazione e comunicazione hanno un ruolo essenziale. La donna deve poter comprendere le ragioni delle indicazioni ricevute, esprimere dubbi e partecipare alle decisioni che la riguardano.
Il principio dell'autodeterminazione, sottolinea Vaccari, deve essere riconosciuto e rispettato. Allo stesso tempo, i professionisti hanno la responsabilità di accompagnare le scelte attraverso un dialogo fondato sulle evidenze scientifiche, sulla valutazione clinica e sulla comprensione dei bisogni individuali.
Dopo il parto, il vissuto della nascita può influenzare la relazione con il bambino
La riflessione non si esaurisce con la modalità del parto. Un aspetto particolarmente significativo riguarda ciò che accade dopo la nascita, soprattutto nelle donne che hanno affrontato un lungo percorso di PMA e che arrivano al parto con aspettative emotive molto intense.
Vaccari ha richiamato l'attenzione su alcune esperienze riferite dalle donne dopo una gravidanza ottenuta attraverso la procreazione medicalmente assistita e conclusa con un taglio cesareo. In alcuni casi, il vissuto del parto può sollevare interrogativi profondi sul proprio ruolo nell'esperienza della nascita e sulla possibilità di riconoscersi pienamente in ciò che è accaduto.
È una dimensione che può coinvolgere la relazione con il neonato, l'avvio dell'allattamento e il rapporto con il compagno.
Questi aspetti non devono essere interpretati come conseguenze inevitabili della PMA o del taglio cesareo, ma come possibili difficoltà che richiedono attenzione e ascolto, senza generalizzazioni.
Un buon esito clinico non esaurisce necessariamente l'esperienza della nascita. Per alcune donne può essere importante disporre di uno spazio nel quale elaborare il parto, riconoscere le proprie emozioni e costruire gradualmente la relazione con il bambino.
L'assistenza ostetrica può contribuire a intercettare precocemente queste esigenze, evitando che il disagio rimanga inespresso. La relazione di cura non dovrebbe interrompersi quando la gravidanza si conclude, ma proseguire nel puerperio, accompagnando la donna nella transizione verso la maternità.
Team multidisciplinari: ostetriche e psicologi per una presa in carico integrata
Per rispondere a bisogni così articolati è necessario rafforzare la collaborazione tra le diverse professionalità coinvolte nel percorso riproduttivo.
Ginecologi, medici della riproduzione, psicologi, ostetriche e altri professionisti possono offrire contributi complementari. La multidisciplinarietà, tuttavia, non dovrebbe tradursi soltanto nella presenza di più specialisti, ma nella capacità di mettere in comunicazione competenze differenti intorno alla stessa persona.
Vaccari ha richiamato l'importanza di modelli assistenziali nei quali ostetriche e psicologi possano collaborare, prestando attenzione anche alle sfumature della comunicazione e ai segnali che emergono nella relazione con la donna.
L'ascolto può aiutare a riconoscere preoccupazioni, difficoltà e bisogni che non sempre vengono espressi apertamente. La possibilità di condividere queste osservazioni all'interno di un'équipe può favorire risposte più tempestive e adeguate.
In questo contesto, l'ostetrica può rappresentare un elemento di continuità tra il percorso altamente specialistico della PMA e le successive fasi della gravidanza, del parto e del puerperio.
La continuità assistenziale consente alla donna di non sentirsi costretta a ricominciare ogni volta il proprio racconto e favorisce una relazione nella quale le informazioni cliniche si integrano con la conoscenza della sua storia e delle sue esigenze.
Non dimenticare la coppia e la famiglia
La presa in carico non può riguardare soltanto la donna. La PMA coinvolge spesso entrambi i partner, anche quando il percorso clinico è concentrato prevalentemente sulla componente femminile.
La gravidanza rappresenta quindi un passaggio nel quale è importante recuperare e valorizzare la dimensione della coppia e, più in generale, della famiglia.
Quando la ricerca di un figlio si protrae per anni, il percorso può essere accompagnato da attese, difficoltà e aspettative emotivamente intense. L'arrivo della gravidanza apre una nuova fase, che richiede di prepararsi non soltanto alla nascita, ma anche alla costruzione della genitorialità.
Il compagno non dovrebbe rimanere ai margini del percorso assistenziale, ma essere coinvolto, quando la donna lo desidera, nella preparazione alla nascita e nella costruzione della relazione con il bambino.
Questo significa offrire anche al partner la possibilità di comprendere i cambiamenti che accompagnano la gravidanza, partecipare alla preparazione al parto e trovare il proprio spazio nel percorso verso la genitorialità.
La dimensione familiare assume un'importanza particolare anche nel puerperio, quando la coppia deve affrontare nuovi equilibri e responsabilità. L'avvio dell'allattamento, la cura del neonato e l'organizzazione della vita quotidiana possono richiedere sostegno e accompagnamento.
L'obiettivo non è spostare l'attenzione dalla donna, ma costruire intorno a lei una rete di relazioni e competenze capace di sostenerla, rispettandone le scelte e riconoscendo al compagno un ruolo attivo.
La presa in carico della coppia e della famiglia, in questa prospettiva, contribuisce a preparare alla nascita e a favorire una transizione più consapevole verso la genitorialità.
Informazione e comunicazione, strumenti essenziali per l'autodeterminazione
Un ulteriore elemento riguarda la comunicazione tra professionisti e donne.
Chi ha affrontato un percorso di PMA può aver acquisito una conoscenza approfondita degli aspetti tecnici e clinici della riproduzione assistita. Questo, tuttavia, non significa necessariamente possedere tutti gli strumenti per affrontare la gravidanza o sentirsi al riparo da paure e incertezze.
Anche una grande quantità di informazioni può alimentare il bisogno di rassicurazione, soprattutto quando la donna teme che qualcosa possa compromettere il risultato raggiunto.
Per questo, la comunicazione deve essere chiara, comprensibile e personalizzata. Non basta trasferire informazioni: è necessario verificare che siano state comprese e che rispondano ai bisogni della persona, lasciando spazio alle domande e alle preoccupazioni.
L'ascolto assume un valore particolare anche quando emergono dubbi o divergenze. Il confronto può aiutare a comprendere le ragioni delle diverse posizioni e a individuare possibili punti di incontro, senza mettere in discussione l'autodeterminazione della donna.
Vaccari ha richiamato anche l'importanza del linguaggio utilizzato dai professionisti sanitari, sottolineando la necessità di riconoscere la persona nella sua individualità, senza ridurla alla condizione clinica o al percorso riproduttivo affrontato.
Le parole, infatti, contribuiscono a costruire la relazione di cura e possono favorire un clima di fiducia oppure alimentare distanza e incomprensione.
Dalla PMA alla nascita, una sfida anche per il Servizio sanitario
La gravidanza ottenuta attraverso la procreazione medicalmente assistita rappresenta anche una sfida organizzativa per il sistema sanitario. La qualità dell'assistenza non dipende soltanto dalla disponibilità di tecnologie avanzate e competenze altamente specialistiche, ma anche dalla capacità di costruire percorsi integrati, accessibili e centrati sulla persona.
Il passaggio dalla medicina della riproduzione all'assistenza ostetrica, dal parto al puerperio, richiede una comunicazione efficace tra professionisti e servizi, affinché le informazioni rilevanti non vadano perdute e la donna possa contare su un accompagnamento coerente.
In questo percorso, l'ostetrica può contribuire a collegare la dimensione specialistica della PMA con quella della gravidanza e della nascita, in collaborazione con gli altri professionisti coinvolti.
La personalizzazione dell'assistenza significa proprio questo: riconoscere che ogni donna porta con sé una storia diversa e che la risposta sanitaria deve tenere conto tanto delle condizioni cliniche quanto dei bisogni emotivi e relazionali.
Non bisogna scegliere tra alta specializzazione e umanizzazione delle cure: entrambe devono procedere insieme.
Una gravidanza ottenuta attraverso la PMA non è soltanto il risultato di una procedura medica. È un'esperienza vissuta da una donna, da una coppia e da una famiglia. Accompagnarla significa tutelare la sicurezza clinica, rispettare l'autodeterminazione, sostenere la relazione con il bambino e favorire una transizione consapevole verso la genitorialità.
È in questo equilibrio tra competenze, ascolto e continuità assistenziale che si misura la capacità del sistema di cura di mettere davvero al centro la persona.
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