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Dal Venezuela alle donne più fragili: il racconto dell'ostetrica italiana che ha portato assistenza tra le macerie

Pubblicato il 23/07/2026
Pubblicato in: Comunicati stampa
Dal Venezuela alle donne più fragili: il racconto dell'ostetrica italiana che ha portato assistenza tra le macerie

Un viaggio tra le grandi emergenze umanitarie per raccontare il valore dell'ostetrica ben oltre la sala parto. È da questa visione della presidente della Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica (FNOPO), Silvia Vaccari, che nasce una nuova serie di testimonianze dedicate alle ostetriche impegnate nei contesti più complessi, in Italia e nel mondo. L'obiettivo è valorizzare una professione che accompagna le donne in ogni fase della vita, anche quando guerre, terremoti, povertà e calamità mettono a dura prova il diritto alla salute. La prima storia è quella di Giulia Fantoni, ostetrica dell'Ordine della Professione Ostetrica di Pisa, Massa Carrara e Livorno, partita per il Venezuela dopo il violento terremoto del 24 giugno.

 

"Quando si parte per una missione umanitaria si porta con sé la propria professione, ma soprattutto si diventa parte di una squadra che ha un unico obiettivo: aiutare le persone". È con questo spirito che Giulia Fantoni (nella foto), ostetrica iscritta all'Ordine della Professione Ostetrica di Pisa, Massa Carrara e Livorno e dipendente dell'Azienda USL Toscana Nord Ovest, è partita lo scorso 3 luglio con un volo militare dall'aeroporto di Pratica di Mare diretto a Caracas, dove è rimasta fino al 12 luglio per prestare assistenza alla popolazione colpita dal sisma. Fantoni è volontaria dal 2011 del Gruppo di Chirurgia d'Urgenza per Interventi di Protezione Civile (GCU) di Pisa, associazione che riunisce oltre 300 professionisti sanitari – medici, infermieri, ostetriche, tecnici e logisti – specializzati negli interventi durante grandi emergenze e catastrofi. Il GCU rappresenta il cuore dell'EMT2 Toscana (Emergency Medical Team di Tipo 2), l'ospedale da campo della Colonna Mobile della Regione Toscana certificato secondo gli standard dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e della Commissione Europea.

Una squadra materno-infantile per il Venezuela

Questa volta non è partito l'intero ospedale da campo. "Siamo stati attivati dalla Protezione Civile nazionale e dalla Regione Toscana dopo il terremoto che ha colpito Caracas e l'area di La Guaira – racconta Giulia Fantoni –. È stato richiesto un team sanitario dedicato all'area materno-infantile. Siamo partiti dall'Italia in sei sanitari: un'ostetrica, una ginecologa, due pediatri, un'infermiera pediatrica e un medico dell'emergenza, accompagnati da otto sanitari italo-venezuelani". Il gruppo ha operato in due diversi siti assistendo oltre 800 persone, tra donne e bambini. Il primo è stato allestito accanto all'ospedale San José, reso inagibile dal terremoto, dove sono state montate tende per garantire un'assistenza sanitaria ambulatoriale alla popolazione. Il secondo nella zona rossa di Caraballeda, all'interno di un campo da golf, dove erano riuniti tutti i team internazionali. "Ognuno di noi aveva la propria professionalità – spiega – ma nelle emergenze si lavora come un'unica squadra. In un contesto a basse risorse è proprio il lavoro multidisciplinare a fare la differenza. Quando serve, si va anche oltre le proprie competenze specifiche perché l'obiettivo comune è assistere le persone nel modo più efficace possibile". Tra i problemi più frequenti riscontrati figuravano traumi dovuti al sisma, patologie respiratorie da inalazione di polveri, disturbi gastroenterici, sindromi da stress post-traumatico e numerose patologie correlate alle difficili condizioni igienico-sanitarie.

L'ostetrica come primo punto di riferimento

Con il passare dei giorni, la presenza dell'équipe italiana è diventata un punto di riferimento soprattutto per le donne. "Quando si è diffusa la notizia che offrivamo assistenza gratuita, hanno iniziato ad arrivare donne in gravidanza e donne con problemi uro-ginecologici che chiedevano semplicemente di essere ascoltate, visitate e orientate". Le richieste erano molto diverse. "Alcune donne in gravidanza avevano riportato traumi lievi durante il terremoto. Correndo fuori dagli edifici avevano battuto l'addome e volevano accertarsi che la gravidanza procedesse in uno stato di benessere materno-fetale". Ma il bisogno più grande, spesso, era un altro. "Ricordo una donna in gravidanza arrivata in stato di shock post-traumatico. Non parlava. Dopo averla ascoltata abbiamo scoperto che aveva appena saputo di aver perso dodici familiari nel terremoto. Formalmente chiedeva un controllo della gravidanza, ma aveva soprattutto bisogno di essere accolta, ascoltata e sostenuta". Accanto ai controlli ostetrici emergevano anche numerose infezioni uro-ginecologiche favorite dalle condizioni di vita dopo il sisma. "Molte persone dormivano per terra, con pochissimi mezzi. Faceva molto caldo e l'acqua potabile scarseggiava. Spesso dovevamo effettuare una prima valutazione clinica, impostare una terapia farmacologica oppure prescrivere esami che noi non potevamo eseguire e indirizzarle verso gli ospedali ancora funzionanti, sapendo però che molte non avrebbero potuto permettersi di raggiungerli".

Una povertà sanitaria che precedeva il terremoto

La missione ha restituito il ritratto di un Paese già profondamente fragile prima del sisma. "Il terremoto ha colpito una realtà che viveva già una situazione sanitaria estremamente difficile". L'accesso alle cure rappresenta uno degli ostacoli maggiori. "L'assistenza sanitaria è sostanzialmente a pagamento. Fonti indirette ci hanno riferito che uno stipendio medio di un medico può essere di circa 100 dollari al mese, mentre una semplice ecografia ostetrica può costarne 20. Anche gli esami del sangue sono quasi tutti a pagamento. Per molte donne fare i controlli in gravidanza diventa un lusso". Una situazione che incide direttamente sulla salute materna. "Sappiamo che le gravidanze iniziano molto precocemente, anche a 12 anni. Ci arrivavano donne che non avevano mai eseguito un'ecografia né alcun controllo". Tra i casi che più hanno colpito Giulia Fantoni c'è quello di una giovane di 25 anni. "Aveva un contraccettivo sottocutaneo al braccio, scelto perché era il metodo più accessibile economicamente. Non avendo più il ciclo e lamentando dolori addominali è venuta da noi per un controllo. Durante la visita abbiamo scoperto che era alla trentaquattresima settimana di gravidanza". Non mancavano inoltre donne con infezioni ginecologiche, disuria e altre problematiche legate alla mancanza di acqua potabile e alle gravissime condizioni igieniche.

Il ruolo dell'ostetrica nelle grandi emergenze

L'esperienza venezuelana dimostra come l'ostetrica rappresenti una figura indispensabile anche negli scenari umanitari più complessi. Non solo perché è la professionista di riferimento per la salute sessuale e riproduttiva, la gravidanza, il parto e il puerperio, ma perché diventa spesso il primo punto di contatto sanitario per donne che vivono condizioni di estrema vulnerabilità. "Molte donne arrivavano chiedendo una visita – conclude Giulia Fantoni – ma quello di cui avevano realmente bisogno era qualcuno che le ascoltasse, le orientasse e potesse dare loro conforto. Spesso erano accompagnate da bambini che prendevamo in carico insieme ai pediatri per affrontare, oltre ai problemi clinici, anche lo stress post-traumatico. Bambini e donne che non dormivano dall'evento sismico e nessuno pronunciava mai la parola 'terremoto'". "È questo che un'ostetrica porta con sé anche in una missione umanitaria: competenze cliniche, capacità di accoglienza e vicinanza alle donne e ai bambini proprio quando sono più fragili".

Quella di Giulia Fantoni è solo la prima di una serie di testimonianze promossa dalla Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica (FNOPO). Attraverso il racconto diretto delle protagoniste, la Federazione continuerà a dare voce alle ostetriche impegnate sul campo, nelle emergenze umanitarie, nei contesti di cooperazione internazionale, nei territori più fragili e nella quotidianità dell'assistenza. Un percorso voluto dalla presidente Silvia Vaccari per valorizzare tutte le sfaccettature di una professione che, spesso lontano dai riflettori, rappresenta un presidio fondamentale di salute, prossimità e tutela dei diritti delle donne, dei bambini e delle comunità.

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